Moda sostenibile: cos’è e come farla tua

Ho avuto dei genitori anziani di cui ancora ricordo i racconti della giovinezza vissuta in pieno dopoguerra. Spesso e volentieri andavano in giro senza scarpe e le uniche che possedevano erano di almeno un paio di numeri più grandi (perché ereditate da zii e fratelli maggiori). Avevano un solo vestito buono, quello “della domenica”, e per il resto della settimana si arrangiavano con un paio di capi che lavavano la sera per indossare di nuovo al mattino. Insomma, veramente una differenza abissale con i tempi in cui tu e io viviamo.

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FAST FASHION

La nostra è l’era del fast fashion e degli acquisti compulsivi. Lo shopping, dicono, costa meno dello psicanalista e quindi i centri commerciali sono la cura per ogni nostro “male”: tristezza, noia, scarsa autostima. Insomma, spendere va bene un po’ per tutto …

COSTI

Ma i costi altissimi di questo stile di vita li paga la terra (dopo quella del petrolio, la moda è la seconda industria più inquinante al mondo), i lavoratori del settore (e l’80% è donna) e la nostra salute (nei Paesi in cui le leggi sono meno rigide sugli standard da applicare,i nostri abiti vengono trattati con sostanze nocive e cancerogene).

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DOMANDE DA FARCI

Le catene low cost ci propongono nuove collezioni ogni mese, ci spingono a comprare, consumare e poi buttare. Ma tutto questo ha un impatto sul mondo. Ne siamo consapevoli? O vogliamo continuare a fare finta di niente? Molti hanno scelto di continuare a ignorare il problema  ma io ci rifletto da qualche mese e l’intera faccenda mi sembra assurda. Mettiamo a rischio il pianeta, sfruttiamo i bisognosi che si accontentano di lavorare per pochi centesimi al giorno (e non dimentichiamo che ci sono tra loro anche molti bambini) perché io possa permettermi di comprare una maglietta nuova ogni mese? Lo so, ti sto facendo un pippone ma ti prego di rifletterci sopra seriamente. E’ giusto, secondo te, tutto ciò?  Ne hai davvero bisogno? O saresti disposta a rivedere il tuo stile di vita, le tue “esigenze” modaiole per fare la cosa giusta?

Sia chiaro che mi piace andare a fare shopping, però negli ultimi due o tre anni sono tornata sempre più spesso a mani vuote. Peraltro, non amo vestire come una ragazzina e in città ormai, tranne rare eccezioni, si vedono solo negozi con capi dedicati esclusivamente a loro (e sull’abbigliamento per ragazze avrei taaantooo da scrivere, ma non oggi), come se fossero l’unico target appetibile o come, ed è forse più probabile, se noi donne adulte aspirassimo tutte a rimanere Lolite, anche a 50/60 anni. Ecco, negli ultimi anni ho cominciato a dire no allo shopping tanto per.

Prima, come molte credo, mi lasciavo trascinare dalla follia degli acquisti “senza pensiero”. Compravo qualsiasi minchiata (che probabilmente non avrei mai usato) e lo facevo spinta anche dal fatto che costava pochi euro, dunque perché lasciarla sullo scaffale? Dopo qualche mese, perché mai usata o perché rovinata (con tessuti e cuciture scadenti capita spesso e volentieri) la buttavo e ricominciava il circolo vizioso.

SLOW FASHION

Le cose ora sono cambiate. Ricordo quando da ragazzina, uscire per lo shopping era davvero un evento da assaporare. Non capitava di frequente e quindi me lo godevo molto di più. Quando i miei occhi diventavano a cuoricino davanti a qualsiasi vetrina, mia madre mi ricordava: “Ma ne hai bisogno?”. E ora torno a chiedermelo ogni volta che sento arrivare l’impulso all’acquisto acritico.

Adesso compro un capo solo se soddisfa, nell’ordine, queste condizioni: mi serve, mi sta bene, mi piace. Non ho bisogno di dieci maglioni. Me ne bastano 5. Per inciso, ci hai fatto caso che non esistono quasi più quelli di lana? Praticamente scomparsi come le mezze stagioni.  Solo maglie in poliestere oppure di misto cotone di scarsa qualità. Fibre sintetiche ovunque. Ci sono dei capi in cui indubbiamente è utile che ci siano ma francamente su indumenti a diretto contatto con la pelle anche no. Cioè, ragazza mia, è plastica! E credo di non essere l’unica che quando indossa i collant sotto alla gonna in poliestere poi se la ritrova incollata alle cosce per tutta la giornata e alla sera quando la toglie produce scintille manco fossero i fuochi d’artificio a Ferragosto.

Da qualche mese ho cominciato ad informarmi sulla moda sostenibile e, sebbene spesso non lo sia per il mio portafoglio ( i brand della categoria sono spesso piuttosto costosi, anche se aziende come Asos e Mango hanno mosso dei passi in questa direzione) ho deciso di stare decisamente più attenta a ciò che metto addosso. E di abbracciare totalmente il detto: LESS IS MORE. E’ difficilissimo, lo so, ma voglio provarci. Se lo facessimo tutti daremmo sicuramente un segnale forte alle industrie di fast fashion perché si mettano una mano sulla coscienza e agiscano di conseguenza.

COS’E’ LA MODA SOSTENIBILE?

E’ una categoria piuttosto ampia che include anche i concetti di moda eco-sostenibile (cioè con cicli di lavorazione dei capi rispettosi dell’ambiente, che non producono inquinamento e trattati senza l’uso di sostanze chimiche lesive della nostra salute) e moda etica (in cui si tutelano le condizioni e i diritti dei lavoratori senza sfruttarli, sotto pagarli o farli lavorare in condizioni disumane). Ma se vuoi approfondire l’argomento ti suggerisco il canale You Tube di Carotilla, alias Camilla Mendini che  su questo argomento è ferratissima e potrà darti molti più spunti di riflessione.

Ti consiglio di consultare anche il sito Fashion Revolution che raggruppa stilisti, scrittori, creativi sensibili a questa tematica e che si sono prefissi di cambiare le regole della moda. Ogni anno, con inizio il 23 aprile ( in memoria della tragedia che quel giorno del 2013 colpì la fabbrica di abbigliamento di Rana Plaza in Bangladesh dove il crollo della struttura fece migliaia di vittime tra gli operai che vi lavoravano in condizioni disumane) organizzano la Fashion Revolution Week per diffondere informazioni e consapevolezza sull’argomento. Qui trovi il loro manifesto

Tornando a me, inconsapevolmente un anno fa ho cominciato a praticare moda sostenibile. E ti spiego perché: ho messo su uno swap party. Ho scritto un articolo su come organizzarne uno in cui ti chiarisco anche cos’è.  

In Italia non sono proprio diffusissimi, ma nelle grandi città qualcosa si muove. Nel paese in cui abito io è una cosa da fantascienza però l’anno scorso, dopo anni di tentativi falliti, sono riuscita finalmente ad organizzarne uno e a coinvolgere circa 15 concittadine ignare di cosa effettivamente si trattasse. Risultato? Da titubanti partecipanti del tipo “Non ho capito bene cos’è né come funziona ma vengo lo stesso” a “Che meraviglia! Quando lo rifacciamo???”. Insomma, tutte entusiaste, tutte pronte a ripetere l’esperienza (e nel frattempo, infatti, ce ne sono stati altri due, di swap)!

Voglio sottolineare il fatto che non è necessario acquistare capi nuovi per essere abbigliata in modo sostenibile. Anzi… 

COME VESTIRE IN MODO SOSTENIBILE

Oltre a comprare da brand specializzati in questo tipo di moda, puoi farlo:

  • scovando pezzi vintage o di seconda mano
  • modificando e attualizzando capi che hai già nell’ armadio
  • riparando i vestiti che ne hanno bisogno invece di buttarli
  • organizzando swap party con le amiche per scambiare ciò che non  indossi più
  • dedicandoti al DIY e cucendo da sola i tuoi vestiti! Può sembrare difficile ma un buon corso di cucito risolve tutto e poi internet è pieno di tutorial per la creazione di capi base!

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HANDMADE E  SOSTENIBILITA’

Finito di ragionare sul COME, a questo punto, da artigiana mi domando CHI, nel nostro piccolo mondo dell’ handmade, abbia abbracciato questa visione etica della moda e proponga capi sostenibili. Purtroppo, mi sembra davvero in pochi.

Le ragioni sono diverse: ignoranza del problema, desiderio di vendere a qualsiasi costo, mancanza di risorse economiche che impediscono di andare troppo per il sottile con la scelta delle materie prime e dei semilavorati che usiamo per le nostre creazioni. E allora ce la raccontiamo dicendo che però l’oggetto è fatto a mano e dunque, di per sé, questa è una dote che compensa tutto. Purtroppo non è così.

Sarebbe davvero bellissimo se proprio da chi fa handmade partisse un’ulteriore spinta per emendare la moda da questo vizio di fondo per cui ci propone collezioni sempre nuove, alla velocità della luce, allo scopo di alimentare il nostro bisogno di cambiamento costante (ma superficiale), di soddisfare un nostro impulso momentaneo (e non una reale necessità), distruggendo l’ambiente, facendoci ammalare e sfruttando i poveri del mondo. 

COME CAMBIARE?

  • Da ARTIGIANE, dobbiamo comprendere noi per prime che possiamo fare la differenza. E trasferire questa convinzione ai nostri clienti. Perché vale la pena di imparare a ragionare sugli acquisti delle materie prime,  a pretendere sostenibilità dai nostri fornitori. Facendo ricerca per procurarsi, possibilmente  a chilometro zero, quello di cui abbiamo bisogno per le nostre creazioni. Del resto, che senso ha proporre oggetti fatti a mano, spesso pezzi unici e personalizzati (totalmente diversi dalla produzione di massa) quando poi non si fa il passo in più di realizzarli in modo etico ed ecologico (cercando anche in questo di differenziarsi dalle catene low cost)?

L’handmade è:

ETICO

lo è per sua intrinseca natura, perché nasce dal lavoro di un artigiano spinto da passione e dedizione, senza sfruttamento della sua manodopera (anche se spesso con il prezzo delle nostre creazioni non ci copriamo neanche i costi, ma è un altro discorso).

SOSTENIBILE

spesso ricicla e utilizza materiali di scarto o di seconda mano oppure riporta in vita antiche tecniche di lavorazione dei materiali. Gli oggetti fatti a mano sono l’elogio della lentezza e della cura di cui sono figli e raccontano una storia che merita di essere ricordata per anni e non dimenticata dopo una stagione …

  • Da CONSUMATRICI,  dobbiamo chiederci, prima di un acquisto, se ne abbiamo veramente bisogno. Imparare a fermarci prima di strisciare la carta per portarci a casa l’ennesima maglietta inutile che, probabilmente, indosseremo solo due volte. Non c’è scritto da nessuna parte che dobbiamo avere 200 vestiti nell’armadio ed acquistarne 30 nuovi all’anno. Per esempio, ho scritto un articolo in cui ti suggerisco 5 pezzi facili per passare dall’estate all’autunno senza spendere un euro e sfruttando capi estivi che quasi tutte abbiamo nell’armadio.

Da alcuni anni circola su internet un progetto ideato da Courtney Carver, una blogger americana che ha pensato di provare a vestirsi per tre mesi con solo 33 pezzi tra capi di vestiario e accessori. Leggi come funziona il suo progetto 333. Ti accorgerai che ci si può vestire bene senza avere l’armadio che scoppia!

IN CONCLUSIONE …

Dovremmo idealmente riavvicinarci al mondo dei nostri nonni, vissuti in un’epoca in cui c’era solo il vestito della domenica, ma era quello buono, talmente buono che ha resistito fino a noi. E ora, magari, è il pezzo vintage più bello nel nostro armadio. Il principio-guida dovrebbe essere: pochi pezzi ma di ottima qualità. E non parlo di abiti necessariamente firmati. Quelli francamente non mi hanno mai interessato. 

Come ho già accennato, la moda sostenibile può non esserlo dal punto di vista economico. Se fai un giro tra gli e-commerce specializzati te ne accorgi. Se poi consideri che magari ti piacerebbe vestire tutta la famiglia, le cifre si moltiplicano.

Il sospetto che i brand specializzati un po’ ci marcino e se ne approfittino io ce l’ho. E mi domando come siamo arrivati al punto in cui per acquistare un maglione che fino a qualche anno fa trovavi ad un prezzo accettabile anche alla Upim, adesso, perché ammantato dall’aura della sostenibilità, dobbiamo spendere il doppio.

Però, al di là del marciarci o no, una probabile spiegazione è che i brand eco-sostenibili hanno costi che non riescono a coprire se non applicando prezzi alti  in quanto la domanda di abbigliamento etico non è ancora così corposa da permettere loro di abbassarli. Le cose cambierebbero se sempre più gente diventasse consapevole del problema e pretendesse una moda sostenibile per tutti e finalmente a prezzi più equi ed abbordabili.

Magari non subito, né dal prossimo mese, ma sono sicura che rinnovare il mio armadio secondo i principi della moda sostenibile è una cosa che posso fare. E, infatti, ho già in mente di organizzare il prossimo swap party!

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